MI TRATTA MALE MA MI AMA …

Autore: Dott.ssa Raffaella Grassi

9 lug
2018

 

 

 

 

 

Nessuno può amarci abbastanza da renderci felici se non amiamo davvero noi stesse, perché quando nel nostro vuoto andiamo cercando l’amore, possiamo trovare solo altro vuoto.

(Robin Nordwood)

 

La dipendenza affettiva muta l’amore in un bisogno in cui essere dipendenti è il solo criterio per proteggere e mantenere la relazione.

Spesso le cause della dipendenza affettiva sono custodite nell’ infanzia delle persone che ne soffrono, i cui bisogni d’amore, affetto e accudimento sono stati frustrati nella relazione con le figure significative.

J. Bowlby è stato uno dei primi psicologi a osservare, in modo sistematico, la prima relazione d’amore che gli esseri umani esperiscono: il legame del bambino con la propria madre.

Quando il bambino, da subito, si sente riconosciuto ed accolto svilupperà un sano senso di sé ed una fiducia negli altri e nelle relazioni interpersonali. Al contrario, se il bambino ha fatto esperienza di un vissuto di rifiuto o abbandono, nelle sue prime relazioni con le figure di attaccamento, si troverà a provare sentimenti contrastati di amore/dolore/rabbia a causa dell’amore non ricevuto. Quest’ultimo sarà pervaso dalla sensazione di non ‘essere abbastanza’ per essere amato, di conseguenza metterà in atto comportamenti volti a dimostrare, sempre in ogni modo, di meritarsi amore e accoglimento.

Il bambino cresciuto con una figura di riferimento (es. la madre) non incline ad essere accogliente e accuditiva attraverso cure costanti ed amorevoli, imparerà a non fidarsi, a dover fare tutto da solo, a non esprimere i propri bisogni; oppure si impegnerà al massimo nella convinzione di poter essere amato soltanto se farà il meglio e se darà il minor fastidio possibile. Molto probabilmente, questo bambino diventerà un adulto con uno stile di attaccamento disfunzionale di tipo Insicuro – Evitante o Insicuro – Ambivalente. Nel primo caso, la distanza emotiva, la scarsa fiducia nell’altro, la paura della fusione e della perdita di autonomia caratterizzeranno le sue relazioni. Nel secondo caso l’ambito relazionale si svilupperà in un registro di dipendenza affettiva: tendenza alla simbiosi, controllo, smisurata tolleranza per timore di essere abbandonati, scarsa autostima, sensazione di dover fare di tutto per essere amati, impossibilità di prendersi cura di sé autonomamente.

Risulta molto chiaro quanto sia importante ed influente il legame esistente tra gli stili di attaccamento ed il modo in cui si vivono i rapporti di coppia e le relazioni in generale.

Spesso il Dipendente Affettivo sceglierà continuamente partner con caratteristiche simili, con i quali ripeterà uno stesso copione relazionale, scadenzato sia da aspetti cognitivi (il modo in cui si considera ed interpreta se stesso, l’altro e la relazione), sia da aspetti emotivi (le emozioni prevalenti che si vivono nella relazione: spesso si tratta di paura, insicurezza, ambivalenza ecc.) sia da aspetti comportamentali (le reazioni ed i comportamenti che si mettono in atto all’interno della coppia), senza riuscire a modificarlo.

È nel legame, affettivo, che, il DA si sente, apparentemente, speciale. In realtà è l’altro che lo fa sentire unico e degno d’amore soprattutto all’ inizio della relazione. Quando il rapporto cambia, ossia il partner diventa meno disponibile, empatico, gratificante, il dipendente affettivo presenta molte difficoltà ad elaborare un’immagine di sé diversa ossia ‘sentirsi speciali senza l’altro’. La mancanza di autostima e di amore sano nei propri confronti dà vita, nel dipendente affettivo, ad una rischiosa accettazione passiva delle dinamiche imposte dal manipolatore relazionale che si nutre della vitalità e delle emozioni della sua vittima, suscitando in lei il senso di colpa, il disprezzo, il ricatto e con meccanismi di critica incessante ne demolisce definitivamente l’autostima e la percezione della realtà.

 

È importante sottolineare che attualmente le richieste di aiuto per problematiche di dipendenza affettiva e manipolazione relazionale sono aumentate notevolmente. Manipolazione e dipendenza affettiva sono due modalità relazionali strettamente collegate che si alimentano a vicenda. Il dipendente affettivo può sia subire processi di manipolazione da parte del partner, sia “agirli” in funzione del suo bisogno di controllo e di possesso. I manipolatori relazionali hanno come obiettivo quello di far compiere al proprio interlocutore azioni che tornano a loro vantaggio, da cui è difficile liberarsi poiché la vittima preferisce accettare qualsiasi richiesta per conservare il rapporto con il partner, pagandolo con il proprio annullamento. Il dipendente affettivo, coinvolto in questa modalità relazionale patologica, sviluppa numerosi sintomi sia fisici come disturbi del sonno, emicranie, disturbi digestivi, mancanza di appetito, nodo alla gola; sia di ordine psicologico come fenomeni di pianto irrefrenabile, attacchi di panico, aggressività, ansia, paura della solitudine, tristezza, ecc.

Nonostante la dipendenza affettiva, per insufficienza di dati sperimentali, non rientri tra i disturbi mentali diagnosticati nel DSM-5, (il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) essa viene classificata tra le “New Addiction”, nuove dipendenze di tipo comportamentale. In tale forma di dipendenza non è coinvolta alcuna sostanza chimica (come alcol o droghe), il comportamento è l’oggetto della dipendenza stessa.

La DA (Love Addiction) sembra una patologia riguardante in particolar modo le donne, tuttavia, sono presenti, anche casi di DA negli uomini, seppur con manifestazioni diverse.

 

Se si è implicati in una relazione contraddistinta da dipendenza affettiva, si verificano alcuni sintomi specifici:

  • Estrema ambivalenza verso il partner: rancore e rabbia si susseguono e si sovrappongono ad amore e desiderio;
  • Senso di colpa ed iper-responsabilizzazione;
  • Costante timore di essere abbandonati dal partener;
  • Si vivono allontanamento e distanza con paura, e angoscia;
  • Non ci si sente liberi di rivelare le proprie debolezze per la paura di non essere accettati ed accolti;
  • Senso di inferiorità nei confronti del partner da tutti i punti di vista;
  • Sensazione di scarsa autostima;
  • Intensa gelosia (legata da una parte alla scarsa autostima e dall’altra al timore dell’abbandono);
  • Negazione se e dei propri bisogni per favorire ed accondiscendere il partner
  • Senso di vergogna di sé.

 

LA POSSIBILE TRASFORMAZIONE

Per modificare e trasformare un modello relazionale che ci fa vivere, in modo reiterato, stati conflittuali di sofferenza e stress è indispensabile prendere coscienza del proprio disagio. Di conseguenza sarebbe necessario intraprendere un percorso psicoterapeutico, in cui sarà possibile individuare il proprio copione relazionale ed il proprio stile di attaccamento disfunzionale prevalente. Quest’ultimo, per il dipendente affettivo si esplicita attraverso la convinzione di non valere nulla e di non essere degno dell’amore altrui.

Grazie al lavoro psicoterapeutico si creano le basi perché i pazienti possano stabilire relazioni affettive basate sulla reciprocità in cui sentirsi finalmente amati e accettati, ma soprattutto strutturare un senso di amabilità e valore personale, anche quando non è presente la relazione con l’altro.

 

GRUPPI PER LA  DIPENDENZA AFFETTIVA

La frequentazione di un gruppo terapeutico si è verificata molto efficace nel trattamento delle dipendenze affettive.

Si è notato, infatti, che attraverso la condivisione ed elaborazione con gli altri è possibile acquisire consapevolezza dei vissuti di vuoto, della paura dell’abbandono, della manipolazione relazionale. Inoltre, nel gruppo si può divenire coscienti di tutti quei comportamenti incontrollati che si mettono in atto per tenere legato a sé il proprio partner ad ogni costo.

Grazie ai processi di rispecchiamento che avvengono nel qui ed ora del gruppo, ogni partecipante può recuperare, a poco a poco, l’autostima, sviluppando un amore di sé che lo porterà ad accettare benevolmente il proprio bisogno di dipendenza. Tutto ciò permetterà al paziente di “porsi al centro” trattandosi con affetto, dirigendo verso il proprio io l’investimento di tempo, cure ed energie, fino ad allora attivate compulsivamente, nei reiterati tentativi di farsi amare e accettare simbioticamente dall’altro.

Nel gruppo, inoltre, diventerà possibile elaborare la propria storia di dipendenza, vedere,  e comprendere, attraverso gli altri, i propri comportamenti di sottomissione.

 

Partecipare ad un gruppo terapeutico permette di uscire dall’isolamento, poiché le persone possono raccontare la propria esperienza, il proprio vissuto, i propri disagi in un ambiente protetto ed esente da giudizio. Condividere quello che riteniamo, in un certo qual modo, inconfessabile ci fa somigliare un po’ agli altri nonostante le diversità sociali, famigliari, lavorative, ecc.

 

A cura della Dott.ssa Raffaella Grassi

 


 

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